Inseriamo oggi la meravigliosa leggenda di Colapesce, così come l'ho ascoltata da bambino dai racconti degli anziani. Alcuni termini sono volutamente in dialetto siciliano, tradotti in italiano quando serve. Siamo sicuri che ogni bambino, persino quello nascosto dentro il cuore degli adulti, possa fantasticare su questa storia di mare e di amore.
LA STORIA DI COLAPISCI
Cera na vota, in un paisinu vicinu allu strittu di Missina un poviru piscaturi.
Stù piscaturi avia un figghiu ca si chiamava Nicola.
Nicola viveva insieme alla sua famigghia in una baracca di legno che si reggeva a stento sulle ciache (sassi tondi) della spiaggia, ed era così povero che non aveva neanche un cognome.
In paese lo conoscevano tutti come “Cola, u figgi ru piscatori” ma ben presto cominciarono a chiamarlo Cola-pisci, perché fin dalla più tenera infanzia cercava l’acqua ru’ mari proprio come fa un pesce.
Sua matre, povera donna, aveva anche altri figli a cui badare, e siccome l’unico modo per farlo stare quieto era quello di metterlo in acqua, lei ce lo metteva! Eccome se ce lo metteva.
Cola, figghiuzzo mio, stava ammollo all’acqua ra matina n’fino a’’ sira, quando suo patre si arricoglieva (ritornava) a casa e si preparava per la notte di pesca.
Ma pesce ne portava a casa sempre troppo poco. Bastava appena per sfamare la famiglia e per comprare quattro stracci per coprirsi con dignità.
La dignità era l’unica cosa che non mancava a casa di Cola, e suo patri ci dicia sempri alla sira “ fighiu miu, u Signori ti Binirìci, arricordati ca manu chi’duna un pinnia mai” (Figlio mio, il Signore ti benedica, ricordati che la mano che da non dovrà mai soffrire la miseria).
I bambini del paese gli volevano bene e lo ammiravano perché era quello che nuotava più forte di tutti, e se c’era da recuperare un’ancora ‘mpigliata o un oggetto caduto in mare si chiamava un solo nome: Colapisci.
Ma quando si fici picciuttieddru (ragazzino) un u vitti chiu nuddru (nessuno lo vedeva più in giro).
Certe volte un’sarricampava mancu pi ‘manciari (non tornava neanche per la cena) e sua matri chianciva (piangeva) e rivolgendosi alla Vergine Santissima chiedeva la grazia per Nicola.
“ Vergine Santissima, tu che lo sai cosa significa avere un figghiu speciali (un figlio fuori dalla norma) fammi la grazia di vedere il mio Nicola con i piedi per terra, facci attruvari una bella picciotta ca ci voli beni e facci passari sta malatia (fallo guarire dalla passione per il mare).
Ma Nicola i piedi per terra ce li teneva ben poco, quando non era in mare da solo accompagnava il padre a pescare.
Si, perchè suo patre si era accorto che quando c’era Nicola il pesce non mancava mai.
Anche quando c’era burrasca o sciusciava u scirocco (soffiava il vento di scirocco) le reti si riempivano.
Quando erano alla larga (al largo) lontano dalle altre varche, Cola si abbassava colla facci vicina all’acqua e ci faceva la preghiera ai pisci; e i pesci lo ascoltavano sempre.
La felicità di suo patri finiva presto picchì Cola ci faceva pigghiari solo chiddru ca sirvìa e u restu l’avia a ghittari a’mmari. (prendeva solo il necessario e obbligava suo padre a ributtare in mare il resto).
So patri ciancìa mutu e giarnu comu un linzolu (piangeva in silenzio, pallido come un lenzuolo) e na so testa pinsava (e si chiedeva tra se e se) “qu stu pisci, ni putissimo arrisorbiri n’antìcchia”
(con quel pesce, buttato in mare, avremmo potuto migliorare un po’ la nostra situazione economica), ma Cola lo guardava teneramente non come fa un figghiu, ma come fa un patri o un nannu (nonno) e arrispondeva così: Non abbiamo più patito la fame e il mare ci da in abbondanza.
Ora non dobbiamo offendere la Provvidenza prendendo di più di quello che ci serve.
Certe volte Nicola sinni fuiva (scappava) e nessuno lo vedeva per giorni e giorni, e quando tornava si teneva la bocca cuscuta (cucita) con tutti tranne che con sua madre. Perché solo lei poteva credere, per amore, alle storie fantastiche che lui raccontava.
Qualcuno diceva che dopo avere tagliato c'un cutieddu la panza di un tonno viaggiava dentro il pesce fino ai mari lontani, certe volte andava in posti dove il sole non scendeva mai sotto l’orizzonte. Posti freddissimi dove l’acqua è agghiacciata. Ma andava anche in posti caldi con i pesci di tutti li culura.
Sua madre lo ascoltava in silenzio e, nonostante l’insistenza delle comari del paese, restava zitta e muta.
Un giorno di primavera il re venne a passare da quelle parti con la sua bellissima figghia, e mentre si apparecchiavano tavole piene di ogni pesce che vive nel mare qualcuno gli raccontò la storia di Colapisci.
La figghia del re, che era presente, appena sintuta questa storia, non potti più dormiri. Una putenti febbri d’amuri la pigghiò per Colpisci che aveva sintuto sulu nominari.
La notti si girava nel suo lettu a baldacchinu e gridava "Colapiiiiiscciii".
Il re temette per la sorti della principessa e dopo avere interpellato gli scienziati e i parrini (preti) decise di andare con la sua nave a cercare questo Colapesce.
Il re era curioso di incontrarlo, ma non credeva a una sola parola delle leggende di fuoco sotto il mare, di mostri marini e soprattutto di un uomo che parlava coi pesci.
Arrivò il giorno in cui la nave del re si fermo nel porticello. Aspettarono un giorno e una notte prima che Colapesce facesse ritorno, ma la principessa avrevve aspettato pure 10 anni.
Quando qualcuno gridò tutti guardarono verso il mare Colapesce che si avvicinava a cavallo di un delfino.
Il re, senza troppe cerimonie gli disse: “E’ vero che tu conosci il fondo del mare” Sì sua maestà
“E’ vero che conosci la lingua dei pesci” Si sua maestà.
“E’ vero che c’è il fuoco in fondo al mare” Si sua maestà, rispose Colapesce, in fondo al mare proprio a metà esatta tra Scilla e Cariddi, c’è una grotta grandissima da cui esce un fiume di fuoco.
Il re chiese se fosse mai entrato nella grotta. E Colapesce raccontò di due mostri marini terribili che stavano a guardia dell’ingresso. “Nessuno può entrare in quella grotta senza il permesso” continuò il giovane.
“Ma io sono il re e comando dal cielo infino al fondo del mare” rispose il re.
Così decise di mettere alla prova Colapesce dicendo:
“Se quello che dici e vero non avrai difficoltà a recuperare il mio anello” e così dicendo lancio il suo anello regale dove l’acqua era nivura (nera) come il carboni (per la profondità).
Se me lo porterai indietro, di darò sette chili d’oro, ma se non lo porterai ti farò tagliare la testa.
Colpisci fece un sorriso, poi scese sotto il mare e dopo una menzurata bona (una buona mezzora) tornò con l’anello.
Appena niscìu da sutta lu mari (torno dal fondo del mare), Colpisci vitti na’visioni (gli parve di avere una visione). Si trovò davanti la più bella creatura di tutta la terra e di tutto il mare.
Era la figghia del re.
I due picciotti appena si guardarono si innamorarono perdutamente e Colapesce decise che avrebbe fatto qualsiasi cosa per accontentare i suoi desideri.
La figghia del re ci disse: “Colpisci se tu mi porti il fuoco che stà sotto il mare, io ti do un bacio” E allora Colapesce si immerse nelle profondità marine verso la grotta scura.
Davanti alla grotta i due mosti guardiani gli chiesero “chi sei tu, che ti avvicini così tranquillo a questo luogo pericoloso dove pochi arrivano e nessuno ritorna?”
“Sono Colpisci” rispose il picciotto, “u figghiu ru’ piscatori”
E i due mostri, spostandosi dall’entrata della caverna gli risposero “Allora po’trasiri” (puoi entrare)”.
Colpisci si avvicinò appena all’ingresso della caverna e vide un fiume di lava incandescente che trabboccava dall’apertura. Poi accese in quel fuoco una canna di ferla (Ferula sp.) che si era portata per dimostrare alla sua amata di avere raggiunto il fuoco.
Ritornato in superficie alzò il braccio e mostrò a tutti la canna bruciata che stringeva nella mano china ri’ papule (con le vesciche dovute alle ustioni).
Ma il re si ingelosì e non voleva che quest’amore tra Colpisci e sua figghia continuasse. Allora gli tese un tranello. Gli disse “Ora Colpisci, butto il mio calice d’oro nel fondo del mare, se tu mi porti, dentro questo calice, il fuoco che c’è dentro la caverna, allora di darò la mano della mia figghia”.
Gli occhi di Colapesce si fecero tristi, perché nessuno poteva resistere al fuoco della caverna senza bruciarsi completamente. Ma l’amore per la principessa era più forti, così Colpisci tornò nel fondo del mare e trovo il calice d’oro.
Dopo avere preso un lungo respiro guardò per l’ultima volta la principessa e si immerse nelle profondità del mare.
Tutti lo aspettarono fino alla sera ma poi capirono che non sarebbe più tornato a galla.
Qualcuno dice che, entrato nella caverna si accorse che la Sicilia si teneva sopra tre colonne.
Ma una di quelle colonne era mangiata dal fuoco, e lui si sarebbe messo a tenere il peso al posto di quella colonna.
Altri dicono che si infilò nella pancia di un pesce e se ne andò in giro per il mondo tenendo nel cuore l’amore impossibile della principessa.
Certu è che nessuno mai fu come Colpisci, menzu omu e menzu pisci.
In rete è presente un sito molto ben fatto, dedicato interamente a questa leggenda. Se ne possono trovare alcune decine di versioni. L'indirizzo è il seguente:
http://www.colapisci.it/
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sabato 12 gennaio 2008
sabato 29 dicembre 2007
L'angolo dei Bambini "Il mondo di Gianni"
IL MONDO DI GIANNI
C’era una volta un posto lontano lontano, chiamato Chiaramonte.
Solo pochi sapevano dell’esistenza di questo regno e della città incantata costruita in una caverna al centro della montagna. La città era tutta bianca ed era illuminata da una luce bellissima che proveniva dalle pareti della caverna.
Il re di questa città era un bambino di nome Gianni che era diventato re quando aveva deciso che sarebbe rimasto per sempre bambino.
In questa città erano arrivati in pochi ma da tutte le parti del mondo e ognuno parlava la lingua del suo paese però cantando. Si proprio così.
In questa caverna si sentiva una musica magica che faceva capire i pensieri e le intenzioni degli altri.
Nessuno si vergognava dei propri pensieri perché tutti sceglievano di comportarsi bene.
Il re Gianni viveva in una casetta di cristallo per poter guardare sempre la luce della caverna; infatti a Chiaramonte non veniva mai la sera e chi era nato lì non aveva mai visto il buio.
Nella Sua casetta non c’era un lettuccio perché Gianni non dormiva mai ma c’erano pennarelli colorati e tante porticine di varia misura.
Quando andai a trovarlo per la prima volta chi chiesi a che servivano tutte quelle porticine e lui mi rispose che c’e ne era una per gli uomini una per gli animali una per i geni una per le piante una per i sassi e una per gli angeli.
Tutti andavano spesso a trovarlo perché era bellissimo e stare con lui riempiva il cuore di gioia. Gianni riceveva con eguale piacere anche la visita degli scarafaggi dei serpenti e delle zanzare e nessuno di loro lo infastidiva mai.
I bambini di Chiaramonte bevevano sempre il succo di un frutto che si chiamava lanana, che faceva passare la fame la sete e il sonno. Così potevano giocare tutto il giorno. Ma poi giocavano solo un po’ perché preferivano cantare. A tutti cantavano e quando non cantavano ascoltavano il canto.
Ogni tanto il re Gianni chiedeva a qualcuno di uscire nel mondo per fare dei lavoretti, e quando succedeva nella città si sentiva un’aria di eccitazione.
Un giorno chiesi al re Gianni “Perché mandi nel mondo i bambini di Chiaramonte? Non pensi che soffriranno lontani da casa, senza poterti vedere, e se qualcuno facesse loro del male?”
Lui mi rispose che solo uscendo nel mondo potevano apprezzare pienamente quello che avevano a casa. Nessuno poteva rubare quello che si portavano nel cuore e al loro ritorno sarebbero stati ancora più belli e felici.
Così il re Gianni chiamò quattro bambini e li mandò a cantare nelle quattro direzioni del mondo: il nord, l’ovest, il sud, e l’est. Ma prima di lasciarli andare gli disse:
“io vi mando a cantare nel mondo perché voglio farvi un dono, donerò a tutti voi un mio canto e in più a quello che scoprirà il segreto di quel canto faro un dono veramente speciale:
sarà lui la mia voce nel mondo e anche i suoi figli e nipoti per sempre.
Così il bambino Paolo andò verso i nord con il suo tamburo e portò con se delle coperte per proteggersi dai rigori dell’inverno. Suonò in tutti i villaggi e i paesi che incontrò e le persone che lo ascoltavano diventavano subito più allegre. Chi aveva litigato con qualcuno faceva subito pace e si sedevano insieme ad ascoltare il ritmo del tamburo.
La bambina Lulù andò a sud con il suo flauto di legno e portò con se un ombrellino per proteggersi dal forte sole estivo. Quando cominciava a suonare tutti stavano attenti a non fare nessun rumore perchè il suono del suo flauto era leggero e delicato come una nuvola.
Appena aveva finito di suonare, chi aveva dimenticato qualcosa la ricordava e chi aveva perso qualcosa la trovava. Inoltre gli alberi secchi o colpiti dal fulmine tornavano subito verdi.
Il bambino Momo andò a ovest con la sua arpa e si portò un bel mantello per proteggersi dal vento dell’autunno. Girò e girò, cantando e suonando e le persone che lo ascoltavano imparavano cosa vuol dire amare qualcuno. Anche le persone più egoiste decidevano subito di donare qualcosa.
La bambina Nina andò a Est con la su voce incantata e il suo libro di canzoni dritto dritto verso la primavera.
Ma nei posti dove arrivava tutti la trattavano malissimo. Appena cominciava a cantare le dicevano subito “basta, basta, vai via da qui o ti cacciamo noi” e così in ogni villaggio e paese e nazione.
Passarono 40 lunghi anni e i bambini tornarono ad Chiaramonte; appena arrivati si recarono subito dal re Gianni a raccontare del loro viaggio.
Il re ascoltò con molta attenzione i racconti di tutti i bambini e all’inizio rideva gioioso, ma quando ascolto il racconto di Nina i suoi occhi si riempirono di lacrime.
E le chiese “Mia cara e dolcissima Nina, dimmi perché hai continuato a cantare per tutti questi anni se quello che ricevevi in cambio era così brutto?”.
Nina si avvicinò al re e le disse in un filo di voce “ Come avrei potuto mai smettere di cantare la tua canzone, al solo pensarci il sole avrebbe smesso di sorgere e la pioggia avrebbe smesso di cadere; la canzone che mi hai dato è la più bella del mondo”.
Era arrivato il momento dei doni, e tutti aspettavano di scoprire cosa avrebbe regalato il re Gianni ad ognuno dei bambini. Di solito erano regali veramente speciali e nessuno era mai riuscito a indovinarne uno.
La bambina Lulù ricevette una giostra, ma siccome era la prima giostra del mondo nessuno sapeva cosa fosse. Allora i re Gianni disse “Cara Lulù questa giostra è un gioco. E’ tonda e gira come un piccolo mondo. I bambini vorranno pagare il loro biglietto ed entrare attirati dalla musica e dai tanti animali colorati, e faranno un giro e poi un altro. Ma alla fine i loro genitori diranno che è ora di tornare a casa”. Anche tu guardando la giostra ti ricorderai che verrà il momento di tornare da me. Tu hai avuto un grande dono, adesso spetta ai tuoi figli portarlo nel mondo”.
Il bambino Paolo ricevette un albero, un albero speciale come mai nessuno ne aveva visto fino a quel momento, Sembrava un abete o un pino per la sua forma appuntita.
Ma non era un semplice albero, perché appesi ai suoi rami c’erano delle sfere luccicanti che cambiavano forma e colore dal basso verso l’alto. Sembrava che ci fossero tanti piani e che ogni piano avesse il suo tipo di sfere e di luci.
In punta c’era una specie di stella che se si guardava da vicino sembrava il volto di re Gianni ma in realtà non aveva nessuna forma.
Il bambino Paolo disse “che bello!! Ma cos’è?” semplicemente, come solo i bambini sanno chiedere, e re Gianni rispose: “ Quest’albero sei tu, mio amico Paolo, strano che non ti riconosci!, Io ho solo messo uno specchio davanti a te e adesso stai guardando le tue luci. Le sfere colorate sono i mondi che vedi dentro di te, quando oltrepassi la strada di stelle.”.
“Ma io pensavo di essere un bambino, e non un albero!” rispose Paolo.
Il re Gianni pianse tre lacrime che vennero subito raccolte da piccole farfalle e rispose così:
“Molti trattano male se stessi e gli alberi perché non riescono più a guardarsi allo specchio, ma da oggi in poi ci sarà un giorno dell’anno in cui tutti copriranno gli alberi di luce e forse qualche bambino chiederà al papa o alla mamma perché succede. Forse qualcuno vorrà vedere veramente il suo albero illuminato a festa. Tu hai avuto un grande dono, adesso spetta ai tuoi figli portarlo nel mondo”.
Il re Gianni chiamò quindi il bambino Momo e gli disse: “ chiama a te i tuoi tre compagni e ognuno di voi porti con se tre bambini, perché ti voglio dare in dono il cerchio perfetto.
Il re Gianni disse ai dodici bambini di mettersi in cerchio e di darsi la mano, poi cominciò a cantare come non aveva mai cantato. Nessuna parola può spiegare il significato del suo canto, e nessuna musica suonata con chitarra pianoforte o voci può sembrare quella musica.
Il re Gianni guidava i movimenti dei bambini che incominciarono a girare in tondo mano nella mano, e quando si fermarono gli disse: “Voi siete i dodici soli, voi siete le ore del giorno e della notte, voi siete i mesi dell’anno, voi siete i semi del mondo che deve venire.
A te Momo, dono questo girotondo, adesso spetta ai tuoi figli portarlo nel mondo”.
Quando si avvicinò la bambina Nina tutti sapevano che avrebbe ricevuto un dono meraviglioso e come sempre cercavano di indovinare cos’era. Ma nessuno, dico nessuno era mai riuscito fino ad ora ad indovinare i doni del re perché lui riusciva sempre a sorprendere tutti con qualcosa di veramente unico e raro.
Quella volta il re chiamo Nina vicina vicina e le diede in mano due chiavi, una d’oro ed una d’argento. Il bambino più piccolo, che si chiamava Emanuele, si avvicino e disse le parole che in quel momento tutti stavano pensando: “A cosa servono quelle chiavi? E perché sono due?”.
Il re Gianni amava molto Emanuele, lo prese in braccio e gli rispose, parlando forte per farsi sentire da tutti: “La chiave d’oro serve per aprire, la chiave d’argento serve per chiudere”.
La risposta non l’aveva capita nessuno, e un lungo silenzio scese in mezzo a loro fino a quando Emanuele non si decise a continuare: “Ma aprire e chiudere cosa? Qui da noi non ci sono serrature nelle porte né cancelli o casseforti”.
Così il re Gianni rispose: “Queste sono le chiavi del cielo e della terra, aprono e chiudono qualsiasi cosa in qualsiasi mondo di materia o di luce, aprono e chiudono le porte anche dove non ce ne sono, perché queste chiavi sono state create prima di tutte le porte. Aprono le porte del tempo che è passato per tornare indietro o del tempo che deve ancora arrivare, perché quando ho fatto queste chiavi il tempo non c’era ancora.
Allora la bambina Nina, che fino a quel momento era stata in silenzio chiese al re: “Grazie re Gianni, tu mi hai fatto un grande dono e i miei figli saranno felici di portarlo nel mondo, vorrei però chiederti se queste chiavi possono aprire tutte proprio tutte le porte”.
Il re Gianni pianse tre lacrime di gioia che furono subito raccolte dalle farfalle e rispose così alla bambina Nina: “Mia amata e preziosa bambina, tu hai subito capito il segreto di queste chiavi perché conoscevi il segreto del mio canto. Quelle chiavi come ti ho detto aprono e chiudono qualsiasi porta nell’intero cosmo e nei reami della luce pura, ma c’e una sola porta che non riconosce quelle chiavi. Tu sola mia amata, vedi davanti a te la porta e possiedi dentro di te la chiave.
Ero stato ospite del re Gianni per un tempo che non so definire perché a Chiaramonte non c’erano orologi ne calendari. Ma venne il tempo di tornare al mondo da cui ero venuto e che mi sembrava adesso così strano e lontano.
Il re Gianni mi chiamò e mi disse “Non lascio mai andar via da qui nessuno senza aver dato uno dei miei doni, dimmi allora cosa vorresti portare con te da Chiaramonte, noi abbiamo qualsiasi tipo di pietra preziosa e con l’oro ricopriamo le strade e i sentieri”.
Raccolsi tutto il coraggio che avevo e dissi con un filo di voce: “ Mio caro ed amato re Gianni, i bambini mi hanno detto che il frutto del lalana che ho tanto bevuto qui a Chiaramonte fa dimenticare tutto quando si torna nel mondo. Io ti chiedo di potermi ricordare di te, perché non ho mai visto niente di più bello”.
Il re Gianni pianse tre lacrime di gioia che vennero subito raccolte prima che si staccassero dal suo volto, poi disse: “Il ricordo di Chiaramonte viene cancellato perché pochi riescono a vivere in un mondo buio e difficile come il tuo con un ricordo così bello. Ma se pensi di sopportarlo, potrai ricordare.
Io gli risposi che non potevo pensare ad un regalo più bello del suo ricordo, ma come sempre il re Gianni sapeva superare con i suoi doni, qualsiasi previsione.
Facendomi l’occhiolino mi chiese “da dove proviene la luce di Chiaramonte?”.
Io risposi, con grande sicurezza, che la luce veniva dalle pareti della caverna che sembravano accese da un fuoco che non faceva fumo.
Allora lui continuò dicendo “se devi portare con te un ricordo di Chiaramonte allora che il ricordo sia vero! Guardami!”
Allora, per la prima volta, lo vidi come non lo avevo mai visto, Lui era la luce di Chiaramonte, che passava attraverso la sua casetta di cristallo, si rifletteva nelle pareti della caverna e illuminava quel mondo incantato. Senza di lui non ci sarebbe stata ne luce, ne città, ne caverna. Lui era la luce di quel mondo. Lui era la luce del mondo.
Quando arrivò il momento di lasciare la città il re Gianni suonò per me il suo tamburo magico.
Quello era uno dei pochissimi strumenti musicali di Chiaramonte perché la musica era presente naturalmente ogni volta che qualcuno voleva ascoltarla. Infatti c’era chi la ascoltava sempre. Ma quello sembrava proprio il tamburo di cui mi avevano raccontato la storia.
Qualcuno insiste nel dire che fu il primo tamburo del mondo ed era stato costruito quando la città era ancora bambina e il mondo non conosceva nessuno strumento musicale.
La storia dice che c’era un buco tondo nella terra dentro il quale, chi veniva da fuori si fermava un po’, prima di vedere il re Gianni. Bastava entrarci e si lasciavano tutti i dolori e i pensieri del mondo.
Un giorno arrivò a Chiaramonte una capra bianca e nera che aveva 72 anni e aveva come ultimo desiderio di vedere il re prima di morire. Di solito non muore quasi nessuno a Chiaramonte, ma quella capretta morì proprio mentre il re Gianni le stava carezzando il muso. Il re Gianni ordinò che la sua pelle fosse distesa sopra il buco tondo nella terra e nacque così il primo tamburo.
Quando si suonava quel tamburo, il suono Tum Tum, come il battito di un grande cuore, faceva tremare le pareti della caverna e se era stato tanto caldo comparivano neri nuvoloni tonanti.
Poi, per tanto tempo, nessuno costruì più nessun tamburo fino a quando arrivò a Chiaramonte uno strano tipo un po’ matto che non si accontentava di ascoltare la musica o cantare. A lui piaceva tenere il ritmo e lo faceva con qualsiasi oggetto gli capitasse fra le mani. Così il re Gianni gli regalò il manto della capretta e questa volta si costruì un tamburo di legno a forma di clessidra che si poteva portare in giro per la città.
Spesso si vedeva una fila di bambini che lo seguivano come incantati su e giù per la città.
Un giorno chiesi a quell’uomo come fosse arrivato a Chiaramonte, visto che nella caverna non ci sono porte o aperture. Lui mi rispose che era salito sul monte attirato dai colori dell’alba, e si era fermato a metà della salita. Poi aveva preso un sentiero e si era fermato a metà del percorso. Poi aveva chiuso gli occhi e le orecchie e aspettato fino a quando tutti i pensieri, le paure e i desideri se ne fossero andati via. Solo allora vide davanti a se la luce di Chiaramonte che lo avvolse. E si trovò proprio faccia a faccia con re Gianni.
Gli chiesi questo perché io non ricordavo nulla del mio arrivo e so che non sarei stato capace di tornare ancora. Ma il re Gianni che mi conosceva bene mi rassicurò dicendo che per chi lo desidera Chiaramonte e più vicina di ogni altra cosa al mondo.
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