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mercoledì 30 aprile 2008

Potenza ed Atto

Nei capitoli precedenti vengono mostrati a Gurbani alcuni “mondi possibili” ed alcune possibilità pure dei piani informali.
Gurbani, dopo lo stupore e la meraviglia, prova un sentimento di tristezza e malinconia che sembra avvolgerlo.
“Non rattristarti oh amato, delle possibilità che non si realizzano. Esse sono infatti più reali di quelle manifestate, in quanto non soggette al compromesso delle categorie di spazio e tempo. Le possibilità che ti abbiamo mostrato non sono completamente pure in quanto sono presenti in seme nel mondo che tu chiami corporeo. Questo corpo, fatto di carne e ossa, conosce tutte queste possibilità e se lo ascolti, conoscerai l’ignoto.
Le possibilità pure, che comprendono anche le possibilità di non manifestazione, non hanno alcun collegamento con il corpo fisico e appartengono al reame dell’inconoscibile.
Se risvegli la conoscenza imprigionata nel tuo corpo, ti accorgerai che alcune possibilità si manifestano spontaneamente; queste possibilità, reali e manifeste, hanno una qualità particolare.
Una possibilità non reale è un non-senso quindi completamente falsa.
Hai provato giustamente gioia e stupore assaporando le possibilità che ti abbiamo svelato; impara adesso a includere queste possibilità nella tua quotidiana visione del mondo.

Da “Il piccolo gioiello rosso” di Gurbani, pag 419

sabato 19 aprile 2008

Quello che io non dico


Viveva un tempo un perfetto maestro di nome Abatà.
Nonostante conoscesse i segreti del cielo e della terra e fosse cercato da migliaia di aspiranti se ne stava da solo in una capanna sulla riva del fiume, con il suo unico discepolo.
Questi un giorno gli chiese il motivo di questo comportamento ed ebbe la seguente risposta:
"Come avrai notato nei lunghi anni della nostra associazione, io provo grande gioia a parlare con le persone e grande trasporto verso grandi e piccini.
Quando mi rivolgo a loro, uno su mille ascolta quello che dico,
di questi uno su mille capisce quello che dico,
di questi uno su mille ne intuisce l'importanza,
di questi uno su mille ne coglie le implicazioni per la propria esistenza personale,
di questi uno su mille pensa che sia possibile cambiare atteggiamento,
di questi uno su mille ha voglia di farlo,
di questi uno su mille ha la necessaria volontà di cambiare,
di questi uno su mille mantiene la fede e persevera nello sforzo,
di questi uno su mille non si lascia trarre in inganno da risultati precoci,
di questi uno su mille abbandona gli attaccamenti e non ha paura,
e quello sei tu, mio amato discepolo.
Un giorno forse capirai che c'è qualcosa ancora più grande di quello che io dico,
ed è quello che io non dico.

Da "Il piccolo Gioiello Rosso di Gurbani, pag 222"

lunedì 25 febbraio 2008

TO MANI GODS - AGLI DEI MANI

FUZZY HAIRED ELIA LELIA
NOT MAN NOT WOMAN NOT ANDROGYN

NOT MAIDEN NOT GIRL NOT OLD
NOT CHASTE NOT PROSTITUTE NOT PRIM
BUT ALL OF THIS DEAD
NOT STARVED NOT SPEARED NOT POISONED
BUT ALL OF THIS
LIES
NOT IN HEAVEN NOT ON EARTH NOT IN WATER
BUT EVERYWHERE
LUCIO AGATONE PRISCO
NOT HUSBAND NOT LOVER NOT RELATIVE
NOT SADDENING NOT CLEARING
NOT CRYING POSITIONED THIS
THAT IS NOT HEADSTONE NOT PYRAMID NOT SEPULCHRE

BUT ALL OF THESE
KNOWING AND NOT KNOWING
TO WHO HE WAS DEDICATING


ELIA LELIA DAI CAPELLI CRESPI
NE' UOMO NE' DONNA N' ANDROGINA
NE' FANCIULLA NE' GIOVANE NE' VECCHIA
NE' CASTA NE' MERETRICE NE' PUDICA
MA TUTTO QUESTO
MORTA
NON DI FAME NON PER FERRO NON DI VELENO
MA DI TUTTO QUESTO
GIACE NON IN CIELO NON IN ACQUA NON IN TERRA
MA OVUNQUE
LUCIO AGATONE PRISCO
NE' MARITO NE' AMANTE NE' PARENTE
NE' DOLENDOSI NE RALLEGRANDOSI
NE' PIANGENDO POSE QUESTA
CHE NON E' LAPIDE NE' PIRAMIDE NE' SEPOLCRO
MA TUTTE QUESTE COSE
SAPENDO E NON SAPENDO A CHI LA DEDICAVA

Lapide in marmo veronese, Museo Archeologico di Bologna. Manufatto del XVI sec. copia fedele di una lapide più antica, oggi perduta.
Pubblicata su Archivio dell'unicorno, Primavera 1976

giovedì 3 gennaio 2008

Il Fondo dell'Anima di Maister Eckhart






Maestro Eckhart scrive nel suo "il Natale dell'anima":


"In mezzo al silenzio mi fu detta una parola segreta. Dov'è il silenzio e dov'è il luogo in cui questa parola è pronunciata? Come ho già detto: nella parte più pura che l'anima può offrire, nella sua parte più nobile, NEL SUO FONDO", cioè nella sua essenza. Là è il profondo silenzio, poichè là non è mai penetrata nè creatura, nè immagine alcuna; là non arriva all'anima nè azione nè conoscenza; là essa non sa più nulla di immagine alcuna, nè di se stessa, nè di altra creatura."




Il Fondo dell'Anima di Eckhart è il punto di partenza del viaggio spirituale.


Per questo si parla di Natale dell'anima, con il senso di seconda nascita.


In india l'iniziato viene chiamato Dwija overo il due volte nato, e in moltissime forme tradizionali si assume addirittura un nuovo nome ad indicare la rottura con il passato.


Ma quello che per alcuni è un punto di partenza per altri è un ambitissimo punto di arrivo.


Per chi non ha ancora invertito la corrente di attenzione e le facoltà dall'esterno all'interno, questi discorsi sono puramente teorici.


Ogni tentativo di meditare o semplicemente di calmare la mente produrrà solo disagio e fallimento.


Sant Hazur Kirpal Sing diceva che prima di cominciare 'l'elevazione dell'anima si deve avere completato LA FORMAZIONE DELL'UOMO.


Lo stato umano, dell'uomo padrone delle proprie facoltà e sufficientemente libero dagli attaccamenti, deve precedere il viaggio iniziatico.


Dice un gurubani "Chi è schiavo in catene non può andare da nessuna parte, chi non si è mai chiesto chi è non berrà alla fonte della vita"

Differenti tradizioni suggeriscono differenti cammini per arrivare al "Natale dell'anima", ma se cerchiamo i punti in comune essi sono:


- la rinuncia all'attaccamento;
- la compassione verso le altre creature;
- l'amore;
- l'azione disinteressata;
- la fede nella guida spirituale;
- la fede nel Principio spirituale.

E' ovvio che l'amore non può nascere dove c'è l'attaccamento o la fede non può nascere se non c'è un minimo di consapevolezza di sè.


In questo caso si DOVRA' CERCARE DI SVILUPPARE QUESTE QUALITA' .


LO SFORZO IN SE' METTE SULLA GIUSTA STRADA.




mercoledì 2 gennaio 2008

Il Viaggio Iniziatico: Chi è il viaggiatore?


CHI viaggia nello spirito?



La Divina Commedia, l'Odissea, le fatiche di Ercole, Il mito di Kaidara, il libro della scala di Maometto, non sono altro che metafore del viaggio spirituale.
L'unico vero viaggio che può fare l'uomo durante la sua breve e transitoria esistenza sulla terra.

Il viaggio spirituale si chiama iniziatico perchè nessuno può avere accesso ai reami superiori dell'esistenza senza una guida. Quei poveretti che cominciano da soli cadono nelle innumerevoli trappole dei mondi astrali e si perdono il resto del viaggio.

Ma la domanda interessante è CHI FA QUESTO VIAGGIO?

Non è pura speculazione. Pensiamo che avere le idee più chiare su questo argomento possa evitare molti fastidi.

Anche un bambino capisce che il viaggio non viene fatto con il corpo fisico, anche se esistono tecniche per portare con se il proprio corpo.

Alcuni yoghi abbandonano completamente il corpo fisico ritirando da esso il soffio vitale ma ciò, oltre a essere estremamente pericoloso, è inutile ai fini del viaggio.

Il problema principale dell'umanità e l'eccessiva identificazione con il proprio corpo-mente.

Il modo più semplice e sicuro per fare un viaggio spirituale è MOLLARE L'ATTACCAMENTO AL CORPO-MENTE, invertendo l'attenzione verso l'interno.

Quindi, durante il viaggio si resterà collegati al proprio corpo (il quale continuerà a funzionare normalmente ed automaticamente), ma non lo si percepirà perchè avremo RITIRATO L'ATTENZIONE DAI NOSTRI SENSI.

Arriviamo così al punto centrale della nostra riflessione di oggi. Chi fa il viaggio?

Non è il corpo ma non è neanche lo spirito.

Per spirito intendiamo la parte principiale e trascendente della nostra e di tutta l'esistenza.

E questo ovviamente non può andare da nessuna parte.

Stiamo arrivando all'anima....però questo termine abusato e malcompreso viene interpretato diversamente dalle varie religioni, culture, epoche.

Tenteremo una spiegazione che non usi il termine anima.

L'essere umano sa di essere grazie ad una "qualità" chiamata "senso di Sè" o " Io sono".

Questa qualità può essere raffinata con la meditazione, liberandola dai suoi attributi (io sono così e colà). Quello che resta è puro senso di esistere.

Questa qualità entra in contatto con il soffio vitale universale in un punto preciso.

Quel punto preciso è l'origine del mondo.

In quel punto si assembla la percezione e si crea la realtà di ogni giorno.

Questa creazione ininterrotta ci dà l'apparenza della continuità, ma si tratta di un'apparenza che ha fine quando cadiamo nel sonno profondo.

Nel viaggio spirituale quello che si muove è il punto in cui il senso di sè incontra il soffio vitale.

Muovendosi provocherà nel soggetto l'impressione di essersi spostato in altri mondi, ma in realtà il cambiamento è molto più profondo.

Noi siamo quello che siamo solo quando uniamo il senso del sè al soffio vitale in un punto preciso.

Lo abbiamo sempre fatto e lo ripeteremo fino alla morte.

Ma se questa unione avviene in un punto diverso quello che succederà e un cambiamento non solo del mondo oggettivo ma del soggetto stesso.

Dopo un certo numero di cambiamenti si capisce in maniera definitiva che la persona a cui siamo così legati, che conosciamo da tutta la vita (noi stessi) è solo una delle indefinite possibilità di esistenza del nostro VERO SE'.

I cambiamenti possono essere temporanei o definitivi.

Nel primo caso dopo un periodo inprecisato di tempo si torna come prima e si tende a dimenticare l'accaduto. Nel sencondo caso i cambiamenti sono così profondi che il Soggetto si rifiuterà di tornare alla condizione precedente reputandola troppo limitativa.

Noi siamo i padroni di un grande castello e ci siamo costretti a vivere come pezzenti in uno sgabuzzino freddo e buio.
Che stato miserabile, e quali le nostre possibilità!!
















































domenica 30 dicembre 2007

Il Versetto del Trono






Il Versetto del Trono, ovvero l'Ayat al Kursi è uno dei più belli e amati del Corano e chiude la seconda Sura.

Lo proponiamo qui perchè nell'ottica del viaggio iniziatico può farci comprendere gli stati sovraumani rappresentati dal Piedistallo e dal Trono.
Innanzitutto partiamo da una traduzione letterale che potrebbe suonare così:


"Allah! Non c'è altro dio che Lui, il Vivente, l'Assoluto.
Non Lo prendon mai torpore né sonno.
A Lui appartiene tutto quello che è nei cieli e sulla terra.
Chi può intercedere presso di Lui senza il Suo permesso?
Egli conosce quello che è davanti a loro e quello che è dietro di loro e, della Sua scienza, essi apprendono solo ciò che Egli vuole.
Il Suo Trono è più vasto dei cieli e della terra, e custodirli non Gli costa sforzo alcuno.
Egli è l'Altissimo, l'Immenso."
( Corano II : 255 )

Per comprendere meglio riportiamo anche un hadith:
'Abd al-Rahman b. Yazid riporta : Incontrai Abu Mas'ud vicino la Casa (Ka'ba) e gli dissi : un hadith mi è stato tramandato sulla tua autorità , circa i due (versi finali) di Surat-al-Baqara. Egli disse : "Si. Il Messaggero di Allah (Sallallahu alei wa sallam) disse (infatti) : "Chiunque reciti i due versi alla fine della Surat-al-Baqara nella notte , essi saranno sufficienti per lui.". " (Muslim :: Libro 4 : Hadith 1761)

E' evidente che i riferimenti alla notte sono tanti ed in particolare alla seconda parte della notte che precede il fagir (le prime luci dell'alba).

In quest'ora chi ha trasceso gli stati individuali si trova in uno stato in cui Shaitan (Satana) non può più raggiungerlo. Infatti ad esso sono intercessi i piani spirituali.

Nè sonno nè torpore lo colgono, infatti questi stati riguardano il corpo fisico che ormai è stato lasciato indietro con i suoi bisogni. Quando la coscenza entra nei reami dello spirito si accorge che i confini travalicano i cieli e la terra e non c'è sforzo da parte di Dio nel sostenere la creazione.

Lo sforzo riguarda l'uomo ed è legato al raggiungimento di un risultato.

Ma quando non c'e più un individuo chi può compiere uno sforzo?

Chi può essere interessato ad ottenere un qualsiasi risultato?

Il confine dei piani causali e sopracausali è il limite oltre il quale la coscienza si libera da ogni Desiderio, paura, speranza, timore.

Così come vengono superati i limiti di spazio e tempo, caratteristici (citando R.Guenon) di alcuni aspetti della modalità umana dell'esistenza.

"Egli conosce quello che è davanti a loro e quello che è dietro di loro" perchè non è vincolato dallo spazio-tempo. Già più in basso nello stato beato delle regioni causali, il viaggiatore aveva avuto modo di entrare in contatto con i semi di tutte le cose visibili ed invisibili. Adesso anche quei semi sono scomparsi e quello che rimane è il mirabolante Trono di Allah.

L'accesso ai reami dello spirito è vincolato al Suo permesso, ed è legato ad un preciso atto di Grazia. Questo viene specificato molto chiaramente nel versetto per ribadire che la conoscenza sacra è una storia d'amore tra Allah e i suoi Amati.

Il Profeta, la pace scenda su di Lui e sui suoi compagni, ha detto la Verità.
E' possibile ascoltare la recitazione del versetto del trono anche su questo sito:


Il video presenta anche una traduzione in francese e belle immagini di calligrafia araba.










sabato 29 dicembre 2007

L'angolo dei Bambini "Il mondo di Gianni"


IL MONDO DI GIANNI

C’era una volta un posto lontano lontano, chiamato Chiaramonte.
Solo pochi sapevano dell’esistenza di questo regno e della città incantata costruita in una caverna al centro della montagna. La città era tutta bianca ed era illuminata da una luce bellissima che proveniva dalle pareti della caverna.
Il re di questa città era un bambino di nome Gianni che era diventato re quando aveva deciso che sarebbe rimasto per sempre bambino.
In questa città erano arrivati in pochi ma da tutte le parti del mondo e ognuno parlava la lingua del suo paese però cantando. Si proprio così.
In questa caverna si sentiva una musica magica che faceva capire i pensieri e le intenzioni degli altri.
Nessuno si vergognava dei propri pensieri perché tutti sceglievano di comportarsi bene.
Il re Gianni viveva in una casetta di cristallo per poter guardare sempre la luce della caverna; infatti a Chiaramonte non veniva mai la sera e chi era nato lì non aveva mai visto il buio.
Nella Sua casetta non c’era un lettuccio perché Gianni non dormiva mai ma c’erano pennarelli colorati e tante porticine di varia misura.
Quando andai a trovarlo per la prima volta chi chiesi a che servivano tutte quelle porticine e lui mi rispose che c’e ne era una per gli uomini una per gli animali una per i geni una per le piante una per i sassi e una per gli angeli.
Tutti andavano spesso a trovarlo perché era bellissimo e stare con lui riempiva il cuore di gioia. Gianni riceveva con eguale piacere anche la visita degli scarafaggi dei serpenti e delle zanzare e nessuno di loro lo infastidiva mai.
I bambini di Chiaramonte bevevano sempre il succo di un frutto che si chiamava lanana, che faceva passare la fame la sete e il sonno. Così potevano giocare tutto il giorno. Ma poi giocavano solo un po’ perché preferivano cantare. A tutti cantavano e quando non cantavano ascoltavano il canto.
Ogni tanto il re Gianni chiedeva a qualcuno di uscire nel mondo per fare dei lavoretti, e quando succedeva nella città si sentiva un’aria di eccitazione.
Un giorno chiesi al re Gianni “Perché mandi nel mondo i bambini di Chiaramonte? Non pensi che soffriranno lontani da casa, senza poterti vedere, e se qualcuno facesse loro del male?”
Lui mi rispose che solo uscendo nel mondo potevano apprezzare pienamente quello che avevano a casa. Nessuno poteva rubare quello che si portavano nel cuore e al loro ritorno sarebbero stati ancora più belli e felici.
Così il re Gianni chiamò quattro bambini e li mandò a cantare nelle quattro direzioni del mondo: il nord, l’ovest, il sud, e l’est. Ma prima di lasciarli andare gli disse:
“io vi mando a cantare nel mondo perché voglio farvi un dono, donerò a tutti voi un mio canto e in più a quello che scoprirà il segreto di quel canto faro un dono veramente speciale:
sarà lui la mia voce nel mondo e anche i suoi figli e nipoti per sempre.
Così il bambino Paolo andò verso i nord con il suo tamburo e portò con se delle coperte per proteggersi dai rigori dell’inverno. Suonò in tutti i villaggi e i paesi che incontrò e le persone che lo ascoltavano diventavano subito più allegre. Chi aveva litigato con qualcuno faceva subito pace e si sedevano insieme ad ascoltare il ritmo del tamburo.
La bambina Lulù andò a sud con il suo flauto di legno e portò con se un ombrellino per proteggersi dal forte sole estivo. Quando cominciava a suonare tutti stavano attenti a non fare nessun rumore perchè il suono del suo flauto era leggero e delicato come una nuvola.
Appena aveva finito di suonare, chi aveva dimenticato qualcosa la ricordava e chi aveva perso qualcosa la trovava. Inoltre gli alberi secchi o colpiti dal fulmine tornavano subito verdi.
Il bambino Momo andò a ovest con la sua arpa e si portò un bel mantello per proteggersi dal vento dell’autunno. Girò e girò, cantando e suonando e le persone che lo ascoltavano imparavano cosa vuol dire amare qualcuno. Anche le persone più egoiste decidevano subito di donare qualcosa.
La bambina Nina andò a Est con la su voce incantata e il suo libro di canzoni dritto dritto verso la primavera.
Ma nei posti dove arrivava tutti la trattavano malissimo. Appena cominciava a cantare le dicevano subito “basta, basta, vai via da qui o ti cacciamo noi” e così in ogni villaggio e paese e nazione.
Passarono 40 lunghi anni e i bambini tornarono ad Chiaramonte; appena arrivati si recarono subito dal re Gianni a raccontare del loro viaggio.
Il re ascoltò con molta attenzione i racconti di tutti i bambini e all’inizio rideva gioioso, ma quando ascolto il racconto di Nina i suoi occhi si riempirono di lacrime.
E le chiese “Mia cara e dolcissima Nina, dimmi perché hai continuato a cantare per tutti questi anni se quello che ricevevi in cambio era così brutto?”.
Nina si avvicinò al re e le disse in un filo di voce “ Come avrei potuto mai smettere di cantare la tua canzone, al solo pensarci il sole avrebbe smesso di sorgere e la pioggia avrebbe smesso di cadere; la canzone che mi hai dato è la più bella del mondo”.
Era arrivato il momento dei doni, e tutti aspettavano di scoprire cosa avrebbe regalato il re Gianni ad ognuno dei bambini. Di solito erano regali veramente speciali e nessuno era mai riuscito a indovinarne uno.
La bambina Lulù ricevette una giostra, ma siccome era la prima giostra del mondo nessuno sapeva cosa fosse. Allora i re Gianni disse “Cara Lulù questa giostra è un gioco. E’ tonda e gira come un piccolo mondo. I bambini vorranno pagare il loro biglietto ed entrare attirati dalla musica e dai tanti animali colorati, e faranno un giro e poi un altro. Ma alla fine i loro genitori diranno che è ora di tornare a casa”. Anche tu guardando la giostra ti ricorderai che verrà il momento di tornare da me. Tu hai avuto un grande dono, adesso spetta ai tuoi figli portarlo nel mondo”.
Il bambino Paolo ricevette un albero, un albero speciale come mai nessuno ne aveva visto fino a quel momento, Sembrava un abete o un pino per la sua forma appuntita.
Ma non era un semplice albero, perché appesi ai suoi rami c’erano delle sfere luccicanti che cambiavano forma e colore dal basso verso l’alto. Sembrava che ci fossero tanti piani e che ogni piano avesse il suo tipo di sfere e di luci.
In punta c’era una specie di stella che se si guardava da vicino sembrava il volto di re Gianni ma in realtà non aveva nessuna forma.
Il bambino Paolo disse “che bello!! Ma cos’è?” semplicemente, come solo i bambini sanno chiedere, e re Gianni rispose: “ Quest’albero sei tu, mio amico Paolo, strano che non ti riconosci!, Io ho solo messo uno specchio davanti a te e adesso stai guardando le tue luci. Le sfere colorate sono i mondi che vedi dentro di te, quando oltrepassi la strada di stelle.”.
“Ma io pensavo di essere un bambino, e non un albero!” rispose Paolo.
Il re Gianni pianse tre lacrime che vennero subito raccolte da piccole farfalle e rispose così:
“Molti trattano male se stessi e gli alberi perché non riescono più a guardarsi allo specchio, ma da oggi in poi ci sarà un giorno dell’anno in cui tutti copriranno gli alberi di luce e forse qualche bambino chiederà al papa o alla mamma perché succede. Forse qualcuno vorrà vedere veramente il suo albero illuminato a festa. Tu hai avuto un grande dono, adesso spetta ai tuoi figli portarlo nel mondo”.
Il re Gianni chiamò quindi il bambino Momo e gli disse: “ chiama a te i tuoi tre compagni e ognuno di voi porti con se tre bambini, perché ti voglio dare in dono il cerchio perfetto.
Il re Gianni disse ai dodici bambini di mettersi in cerchio e di darsi la mano, poi cominciò a cantare come non aveva mai cantato. Nessuna parola può spiegare il significato del suo canto, e nessuna musica suonata con chitarra pianoforte o voci può sembrare quella musica.
Il re Gianni guidava i movimenti dei bambini che incominciarono a girare in tondo mano nella mano, e quando si fermarono gli disse: “Voi siete i dodici soli, voi siete le ore del giorno e della notte, voi siete i mesi dell’anno, voi siete i semi del mondo che deve venire.
A te Momo, dono questo girotondo, adesso spetta ai tuoi figli portarlo nel mondo”.
Quando si avvicinò la bambina Nina tutti sapevano che avrebbe ricevuto un dono meraviglioso e come sempre cercavano di indovinare cos’era. Ma nessuno, dico nessuno era mai riuscito fino ad ora ad indovinare i doni del re perché lui riusciva sempre a sorprendere tutti con qualcosa di veramente unico e raro.
Quella volta il re chiamo Nina vicina vicina e le diede in mano due chiavi, una d’oro ed una d’argento. Il bambino più piccolo, che si chiamava Emanuele, si avvicino e disse le parole che in quel momento tutti stavano pensando: “A cosa servono quelle chiavi? E perché sono due?”.
Il re Gianni amava molto Emanuele, lo prese in braccio e gli rispose, parlando forte per farsi sentire da tutti: “La chiave d’oro serve per aprire, la chiave d’argento serve per chiudere”.
La risposta non l’aveva capita nessuno, e un lungo silenzio scese in mezzo a loro fino a quando Emanuele non si decise a continuare: “Ma aprire e chiudere cosa? Qui da noi non ci sono serrature nelle porte né cancelli o casseforti”.
Così il re Gianni rispose: “Queste sono le chiavi del cielo e della terra, aprono e chiudono qualsiasi cosa in qualsiasi mondo di materia o di luce, aprono e chiudono le porte anche dove non ce ne sono, perché queste chiavi sono state create prima di tutte le porte. Aprono le porte del tempo che è passato per tornare indietro o del tempo che deve ancora arrivare, perché quando ho fatto queste chiavi il tempo non c’era ancora.
Allora la bambina Nina, che fino a quel momento era stata in silenzio chiese al re: “Grazie re Gianni, tu mi hai fatto un grande dono e i miei figli saranno felici di portarlo nel mondo, vorrei però chiederti se queste chiavi possono aprire tutte proprio tutte le porte”.
Il re Gianni pianse tre lacrime di gioia che furono subito raccolte dalle farfalle e rispose così alla bambina Nina: “Mia amata e preziosa bambina, tu hai subito capito il segreto di queste chiavi perché conoscevi il segreto del mio canto. Quelle chiavi come ti ho detto aprono e chiudono qualsiasi porta nell’intero cosmo e nei reami della luce pura, ma c’e una sola porta che non riconosce quelle chiavi. Tu sola mia amata, vedi davanti a te la porta e possiedi dentro di te la chiave.
Ero stato ospite del re Gianni per un tempo che non so definire perché a Chiaramonte non c’erano orologi ne calendari. Ma venne il tempo di tornare al mondo da cui ero venuto e che mi sembrava adesso così strano e lontano.
Il re Gianni mi chiamò e mi disse “Non lascio mai andar via da qui nessuno senza aver dato uno dei miei doni, dimmi allora cosa vorresti portare con te da Chiaramonte, noi abbiamo qualsiasi tipo di pietra preziosa e con l’oro ricopriamo le strade e i sentieri”.
Raccolsi tutto il coraggio che avevo e dissi con un filo di voce: “ Mio caro ed amato re Gianni, i bambini mi hanno detto che il frutto del lalana che ho tanto bevuto qui a Chiaramonte fa dimenticare tutto quando si torna nel mondo. Io ti chiedo di potermi ricordare di te, perché non ho mai visto niente di più bello”.
Il re Gianni pianse tre lacrime di gioia che vennero subito raccolte prima che si staccassero dal suo volto, poi disse: “Il ricordo di Chiaramonte viene cancellato perché pochi riescono a vivere in un mondo buio e difficile come il tuo con un ricordo così bello. Ma se pensi di sopportarlo, potrai ricordare.
Io gli risposi che non potevo pensare ad un regalo più bello del suo ricordo, ma come sempre il re Gianni sapeva superare con i suoi doni, qualsiasi previsione.
Facendomi l’occhiolino mi chiese “da dove proviene la luce di Chiaramonte?”.
Io risposi, con grande sicurezza, che la luce veniva dalle pareti della caverna che sembravano accese da un fuoco che non faceva fumo.
Allora lui continuò dicendo “se devi portare con te un ricordo di Chiaramonte allora che il ricordo sia vero! Guardami!”
Allora, per la prima volta, lo vidi come non lo avevo mai visto, Lui era la luce di Chiaramonte, che passava attraverso la sua casetta di cristallo, si rifletteva nelle pareti della caverna e illuminava quel mondo incantato. Senza di lui non ci sarebbe stata ne luce, ne città, ne caverna. Lui era la luce di quel mondo. Lui era la luce del mondo.
Quando arrivò il momento di lasciare la città il re Gianni suonò per me il suo tamburo magico.
Quello era uno dei pochissimi strumenti musicali di Chiaramonte perché la musica era presente naturalmente ogni volta che qualcuno voleva ascoltarla. Infatti c’era chi la ascoltava sempre. Ma quello sembrava proprio il tamburo di cui mi avevano raccontato la storia.
Qualcuno insiste nel dire che fu il primo tamburo del mondo ed era stato costruito quando la città era ancora bambina e il mondo non conosceva nessuno strumento musicale.
La storia dice che c’era un buco tondo nella terra dentro il quale, chi veniva da fuori si fermava un po’, prima di vedere il re Gianni. Bastava entrarci e si lasciavano tutti i dolori e i pensieri del mondo.
Un giorno arrivò a Chiaramonte una capra bianca e nera che aveva 72 anni e aveva come ultimo desiderio di vedere il re prima di morire. Di solito non muore quasi nessuno a Chiaramonte, ma quella capretta morì proprio mentre il re Gianni le stava carezzando il muso. Il re Gianni ordinò che la sua pelle fosse distesa sopra il buco tondo nella terra e nacque così il primo tamburo.
Quando si suonava quel tamburo, il suono Tum Tum, come il battito di un grande cuore, faceva tremare le pareti della caverna e se era stato tanto caldo comparivano neri nuvoloni tonanti.
Poi, per tanto tempo, nessuno costruì più nessun tamburo fino a quando arrivò a Chiaramonte uno strano tipo un po’ matto che non si accontentava di ascoltare la musica o cantare. A lui piaceva tenere il ritmo e lo faceva con qualsiasi oggetto gli capitasse fra le mani. Così il re Gianni gli regalò il manto della capretta e questa volta si costruì un tamburo di legno a forma di clessidra che si poteva portare in giro per la città.
Spesso si vedeva una fila di bambini che lo seguivano come incantati su e giù per la città.
Un giorno chiesi a quell’uomo come fosse arrivato a Chiaramonte, visto che nella caverna non ci sono porte o aperture. Lui mi rispose che era salito sul monte attirato dai colori dell’alba, e si era fermato a metà della salita. Poi aveva preso un sentiero e si era fermato a metà del percorso. Poi aveva chiuso gli occhi e le orecchie e aspettato fino a quando tutti i pensieri, le paure e i desideri se ne fossero andati via. Solo allora vide davanti a se la luce di Chiaramonte che lo avvolse. E si trovò proprio faccia a faccia con re Gianni.
Gli chiesi questo perché io non ricordavo nulla del mio arrivo e so che non sarei stato capace di tornare ancora. Ma il re Gianni che mi conosceva bene mi rassicurò dicendo che per chi lo desidera Chiaramonte e più vicina di ogni altra cosa al mondo.